Il nano Sassu, sovrintendente alle miniere dei nani, si accorge che la sua millenaria terra sta cambiando, che la polvere di carbone estratta dalle miniere sta permeando tutto. Sassu vede questo mostro, l'Inquinamento, che sta uccidendo il suo mondo e, non riuscendo a convincere della cosa la sua gente, si incammina per trovare una possibile soluzione (l'energia pulita!) presso il cattivissimo Mago del Gennargentu.
E' una fiaba ambientata in un mondo vicino, che riconosciamo, ma rivestita dalle figure tipiche del fantasy: i nani minatori, gli elfi pastori, il mago nella sua torre, gli uomini superiori a tutte le altre creature. Lo leggi affascinato e senti che è un fantasy strano dove si beve cannonau e si mangia il porceddu, dove le torri sono nuraghe. Ma che importa? Alla fine è una bellissima fiaba che ha il sapore della Sardegna, tocca temi amaramente attuali e finisce con...
E no! Non vi dico come va a finire, naturalmente, ma vi do qualche riferimento utile per scoprirlo: l'autrice della storia è Elisabetta Vernier e, di lei, potete scoprire tutto (compreso cosa altro ha scritto) sul suo blog.
La fiaba, "I nani di Sulci", la trovate sul Kindle Store di Amazon (naturalmente in formato digitale, senza drm) e vi costa la bellezza di 0,89 euro quindi non fate i braccini corti e andate a recuperarla subito.
The grass was so green against my new clothes, And I did cartwheels in your honor, dancing on tiptoes My own secret ceremonials before the service began, In the graveyard, doing handstands.
Amazon me l'ha fatto sudare (persa la prima spedizione, arrivata la seconda a quasi due mesi dall'ordine) ma devo confessare che l'attesa non è stata vana perché questo "Ceremonials" (2011) di Florence + The Machine ora non riesco più a smettere di farlo girare.
E pensare che il primo album, "Lungs" (2009), aveva fatto quasi fatica a prendermi: forse perché troppo smaccatamente allegro e pop, forse perché ascoltato la prima volta, come può capitare, nel momento sbagliato. Ripreso in seguito più di una volta con sempre maggiore soddisfazione, mi sono infine convinto a prendere "al buio" anche il nuovo album (in realtà un primo assaggio è stata la visione del video di "No Light, No Light").
Florence Welch non suona "alternativa" come possono esserlo Feist o Joan "As Police Woman" Wasser ma ha una voce che ti solleva, una teatralità quasi divertita ed è rossa (cosa non da poco, dal mio punto di vista).
Naturalmente, tanto per smentire quanto detto in un post precedente, ho preso la versione deluxe (un solo euro di differenza, dovevo lasciarla lì?) la quale, in aggiunta alle tracce dell'album, offre altri otto brani tra inediti, demo e versioni acustiche.
Alla fine si è trattata di una giusta compensazione alla delusione dell'ultimo dei Coldplay: se proprio pop deve essere, almeno che suoni prepotentemente piacevole e non come un ripiego senza sapore.
Questo il video di "No Light, No Light" che è anche stato fattore di polemiche:
Sembra che la minaccia dell'uomo nero e il "salvataggio" a opera dei bambini bianchi sia, secondo qualcuno, da leggere come una evidente manifestazione razzista. Troppo pigro per osare una mia interpretazione, mi è innanzitutto balzato agli occhi una possibile sceneggiatura alternativa nella quale sia una specie di vichingo ad operare il voodoo (ritualità tipica delle lande artiche e subartiche). E ho cominciato a ridere. Che altro potevo fare?
Un'aggiuntina. Qua il pezzo eseguito dal vivo ai Brit Awards 2012:
Ogni tanto ricapitano in mano cose "vecchie", diciamo di poco più di una decina di anni fa, e si ha la certezza di avere ritrovato qualcosa che meritava di essere riscoperto ma di cui non ci si ricorda assolutamente nulla (o quasi).
Lisa Gerrard è sempre tanto presa dalle proprie vocalizzazioni barocche che a volte si rivela di una pallosità colossale.
La colonna sonora (essenzialmente sua e di Pieter Bourke con l'aggiunta di pezzi sparsi di Jan Garbarek, Massive Attack, Graeme Revell e Gustavo Santaolla) di "The Insider" (1999) di Michael Mann riesce ad essere giusto un po' depressiva (la tonalità di base è quella di un dark ambient abbastanza stemperato) ma il risultato finale si colloca decisamente tra il buono e l'ottimo.
Quindi la Gerrard va sempre tenuta d'occhio. Anche retroattivamente parlando.
Avevo qualche diffidenza per il sottotitolo "Un incubo steampunk" di "Cardanica" di Dario Tonani, primo racconto della saga di MondoNove, perchè mal avevo digerito il primo romanzo steampunk che avevo letto ("La macchina della realtà" di William Gibson e Bruce Sterling).
Aggiungo che ho da poco letto la trilogia steampunk di Paul Di Filippo, che ha avuto il pregio di ammorbidire un po' il mio punto di vista sul genere.
Bene. La saga di MondoNovenon è steampunk, nel senso che non è ambientata nell'universo vittoriano dove la tecnologia retrofuturibile è basata sul vapore: siamo in un altro mondo dove comunque è il vapore a muovere pachidermi meccanici (o, meglio, biomeccanici).
Dario sostiene che il genere di questi suoi racconti è più ascrivibile al genere steamfantasy ma io fatico a trovare un lato fantasy e così acconsentiamo entrambi per definirli steamhorror . "Tanto", aggiunge Dario, "la tassa sulle etichette non c'è.".
"Cardanica", "Robredo", "Chatarra" e "Afritania" sono quattro schegge di sabbia e
ruggine, olio e sangue, carne e metallo. Tratteggiano un mondo ammorbato e un'umanità
ridotta a essere semplicemente un ingranaggio della macchina: è pura claustrofobia se ci sei dentro e
malattia istantanea se stai fuori. Sono metallo e carne fusi: metallo che urla, carne che muore.
E l'isola di
Chatarra, il rugginoso cimitero delle macchine, è ovunque ma il metallo ti prenderà in
ogno caso.
L'immagine che vedete l'ho chiesta in prestito a Dario ed è opera di Franco Brambilla, copertinista di Urania. Questa ed altre immagini di Brambilla ispirate a MondoNove sono meglio assaporabili su questa pagina del sito di Tonani: La Robredo e il Cardanic in 3D.
I quattro racconti sono editi da 40k e li trovate comodamente in formato digitale (senza DRM) su Amazon o BookRepublic.
In occasione dell'uscita del commento musicale degli Air a "Le Voyage dans la Lune" (1902) di Georges Méliès (colorato a mano), volevo qui proporne un estratto:
Se non piace il genere elettronico, è possibile godere di un commento diverso a opera di Augustin Belliot (Ensamble La Chapelle Musique & Octuar de Saxophones Oct'opus):
Si tratta, in pratica, di operazioni simili a quella famosa di Giorgio Moroder per "Metropolis" (1927) di Fritz Lang e che ai tempi mi aveva lasciato piuttosto perplesso (ma forse per il genere di musica):
Ma poi mi sono ricreduto su questo tipo di operazione ascoltando il commento dei British Sea Power a "Man of Aran" (1934) di Robert J. Flaherty:
E un giudizio positivo voglio estenderlo ai Giardini di Mirò per "Il fuoco" (1915) di Giovanni Pastrone:
Ah, mi è sovvenuto in ritardo che anche i Faust si sono cimentati in un commento sonoro: il film è "Nosferatu" (1922) di F.W. Murnau. Di questo non ho trovato alcun video ma su Soundcloud si trova l'intera "colonna sonora": Faust Wakes Nosferatu.
Io, intanto, aspetto che Amazon mi spedisca il viaggio nella Luna degli Air...
Un vago sentore l'avevo, avendo visto il video della banalissima "Every Teardrop Is A Waterfall", ma al primo ascolto "Mylo Xyloto" dei Coldplay è risultato altrettanto irritante di quanto lo fu il primo ascolto di "In This Light and on This Evening" (2009) degli Editors.
Ma se la deriva synth degli Editors la si può intendere come una scelta per uscire da una classificazione che li faceva apparire semplicemente come degli Interpol inglesi (e, quindi, una ricerca di identità), la deriva ultrapop dei già sufficientemente pop Coldplay sembra rappresentare più una mancanza di idee che non una svolta.
Intendiamoci, però, su questa mia stroncatura: l'album è molto catchy, perfino molto meno irritante dopo qualche ascolto, ma rimane pur sempre, a mio parere, un bella caduta dopo il precedente "Viva la Vida" del 2008. E, questa volta, non basta neppure il lavoro sempre ineccepibile di Eno a salvare un prodotto che pare sbattere contro un muro di autocompiacimento senza altri sbocchi che non le vendite (cosa che può fare piacere agli autori ma che a me interessa molto meno).
L'ultima inevitabile sparata è sulla scelta di inserire il duetto con Rhianna nella playlist. Anche in questo caso dobbiamo intenderci, però: probabilmente Rhianna avrebbe fatto un figurone se fosse comparsa in un pezzo di un album dei Colplay che non suonasse come un pezzo di un disco di Rhianna finito per sbaglio in un album dei Coldplay. Chiaro, no? E pure i Coldplay avrebbero fatto una figura migliore se quel pezzo non fosse stato qua (vedi "Lukas" su "Come to Life" di Natalie Imbruglia).
Ci sono gli innamoramenti istantanei. E poi i reinnamoramenti. No, non sto parlando, come al solito, di Cristina Donà, ma di Barbara Morgenstern.
Mi capitò di sentire il suo nome quando ascoltai qualche anno fa "All the Birds Were Anarchists" (2007) dei September Collective, gruppo composto da Paul Wirkus, Stefan Schneider oltre naturalmente a Barbara Morgenstern.
Tedeschi. Elettronica. Sovvengono memorie dei tempi krauti ma l'orientamento, in questo caso, è più di stampo ambientale.
Dall'ascolto di questi è poi partita l'esplorazione della Morgenstern: a partire dal suo ultimo (di quei tempi) album "The Grass Is Always Greener" (2006) a risalire via via fino al primo album, "Vermona ET 6-1" (1999) in cui rivelava una vena elettrotechnosperimentale molto libera.
Un errore, questa lettura al contrario: perso nelle suggestioni elettroniche non avevo colto il percorso melodico che avveniva in senso inverso tanto che quando uscì "bm" nel 2008 rimasi abbastanza deluso.
Qualche giorno fa mi è ricapitato in mano quel cd e, alla prima occasione, l'ho infilato nel lettore in macchina.
Ci si può innamorare al volo di un qualcosa che si era già ascoltato in precedenza e considerato con sufficienza?
Pare di sì: si tratta di un album basato essenzialmente sul pianoforte, un tocco quasi classico, e l'elettronica è sparsa parsimoniosamente rispetto ai suoi precedenti album (qualche sano technopicco c'è, tranquilli).
Il cantato rimanda suggestioni teatrali (forse per via del tedesco) ma la voce è morbida e precisa.
E fu riamore.
Qui il video di "Come to Berlin" tratto dall'album "bm":
Questo, invece, è il video, molto pop, di "The Operator", tratto dall'album precedente e che mi fece perdere la testa per Barbara:
Niente musica stavolta (beh, magari una colonna sonora poi la infilerò) ma rapide impressioni su due antologie di racconti di fantascienza "vicina" da due autori italiani: Dario Tonani e Alberto Cola (in rigoroso ordine di lettura).
Fantascienza "vicina" in senso temporale, intendo, dato che Tonani spazia tra Milano e diverse urbanità in disfacimento che possono avere connotazioni universali e Cola ci spara una serie di racconti di stretta ambientazione estremo-orientale in un futuro che va quasi sempre tra l'imminente e il "non poi troppo in là".
Nell'antologia "Infected Files", non lasciano molto spazio all'ottimismo le atmosfere post-cyberpunk e steampunk di Dario Tonani anche se qualche idea di convivenza tra l'umanità e il post/para/pseudo-umano lo si riesce a trovare nei racconti ambientati nella Milano dei +toons.
Se i racconti milanesi mi sono sembrati più abbordabili, soprattutto perché ambientati nello stesso universo che avevo già conosciuto leggendo i suoi romanzi "Infect@" e "Toxic@", sono i racconti "Vangelo Freddo", "Mani d'inverno" e "Semenza" ad avermi più colpito per quel senso di umanità in ineluttabile disfacimento (sperando che quella di Tonani sia una scrittura, in qualche senso, scaramantica).
Quando Tonani ha letto il mio commento su facebook mi ha rimarcato che preferisce lasciare l'ottimismo a Mary Poppins perché la sua "tata ispiratrice è una tossica con la personalità dissociata e un ombrello rotto che cola pioggia sporca".
Ma, secondo me, anche a partire dalla pioggia sporca si potrebbe trarre un nuovo equilibrio. Punti di vista, naturalmente.
Alla lettura dei racconti di Tonani assocerei "Uni C" , un pezzo di Alva Noto tratto da Univrs (2011) :
Se l'umanità di Tonani appare soccombere al mutamento, i racconti dell'antologia "Mekong" di Alberto Cola vanno ad eplorare il momento in cui l'uomo (o post-tale) arriva al punto di rottura e sceglie di superarlo e, in un certo senso, di ripartire dall'accettazione del mutamento e di rinascere in esso.
L'ambientazione estremo-orientale è congeniale dal punto di vista narrativo e convincente (è evidente che Cola conosce bene e non improvvisa scenari) ma proprio per la forte impronta soggettiva le situazioni sono comunque trasponibili in contesti più vicini a noi, come si può notare nei suoi romanzi "Goliath" e "Lazarus" che hanno una collocazione meno fortemente geolocalizzata ma tengono fermo il punto dell'accettazione del mutamento ("Lazarus" addirittura parte da un punto di rottura, la "resurrezione" di Mishima, e il protagonista va ad esplorare la nuova esperienza fino a trarne le proprie conclusioni).
Per i racconti di Cola sceglerei come accompagnamento "No Return" dei God Is An Astronaut, tratta dall'album omonimo (2007):
Insomma, fatevi un favore e leggetevi entrambe le antologie:
Dario Tonani, "Infected Files" (DelosBooks, Fantascienza.com n. 16/Mosaix; 2011)
Alberto Cola, "Mekong" (DelosBooks, Fantascienza.com n. 17/Mosaix; 2011)
Non riuscirei mai a fare una classifica ordinata di quello che è uscito nel 2011 ma posso almeno tirare le somme che, però, non sono mai definitive dato che gli ascolti, a volte, non si incastrano con gli umori e questo può dare adito a una sottovalutazione (o anche a una sopravvalutazione) dell’oggetto in esame.
Devo innanzitutto rilevare che i miei ascolti più assidui si riferiscono a materiale degli anni precedenti: la retropsichedelia dei Tame Impala (Innerspeaker, 2010), la neopsichedelia delle Warpaint (The Fool, 2010) e il pop/rock alternativo dei Metric (Fantasies, 2009). Non è strano, essendo io di lenta digestione, quindi è possibile che quest’anno riscopra materiale dello scorso anno che mi prenda il trip dell’ascolto “in loop”.
Ritorni
Ci sono sempre aspettative nei ritorni dei personaggi per cui nutri già dell’affetto. E, spesso, le aspettative vengono deluse. E’ il caso dei R.E.M. che, prima di sciogliersi, pubblicano una “compilation di inediti” (Collapse Into Now) che è una specie di testamento delle sonorità. Potrei liquidarlo come carino ma questo aggettivo non rende giustizia a quello che sono stati i R.E.M. Peccato & Amen.
Meglio si comportano i TV On The Radio che pubblicano un album (Nine Types of Light) che è assai smussato rispetto ai lavori precedenti ma che si lascia ascoltare comunque con piacere.
Si mantengono all’altezza i Mogwai (Hardcore Will Never Die, But You Will) anche se il meglio lo danno nel lungo pezzo del bonus disc. Lo stesso vale per Keren Ann (101), per i Sonic Youth (Simon Werner a disparu), per David Sylvian (Died in the Wool - Manafon Variations – magari variasse anche un po’ di più), per Bon Iver (Bon Iver),
Ancora meglio fanno i Radiohead (The King Of Limbs) che recuperano credibilità rispetto al noiosetto album precedente.
Ottimi, invece, i ritorni di Joan As Police Woman (The Deep Field) e Feist (Metals): entrambe le ragazze non solo non deludono ma dimostrano di essere poliedriche come sempre. Ottima anche Bjork (Biophilia) dopo la delusione del precedente.
Un cauto entusiasmo (mai esagerare) lo riservo al post-post-post-math-rock dei Battles (Gloss Drops), alla sempre più raffinata Cristina Donà (Torno a casa a piedi), ai sempre onirici Sigur Ros (Inni) e al folk-noise Thurston Moore (Demolished Thoughts).
Una menzione speciale alla compilation post-dark assemblata dai MGMT (serie LateNightTales).
Scoperte
Deluso dagli ascolti dalla troppo soul-piagnona Adele (21) e dal troppo dub-soul-piagnone James Blake (James Blake), ho trovato conforto nell’elettronica glitch di Alva Noto (Univrs), anche in compagnia di Sakamoto (Summvs) per l’immancabile commistione classicoelettronica e nell’elettronica indie dei Braids (Native Speaker).
Il mio debole, comunque, si sa che sono le cantantesse e, in questo campo, ho trovato soddisfazione nell'elettrodub di Emika (Emika) –altro che James Blake!-, nel pop alternativo di Lykke Li (Wounded Rhymes), di EMA (Past Life Martyred Saints) e di Thao & Mirah (Thao & Mirah), nelle atmosfere oscure di Zola Jesus (Conatus - la miglior uscita dell'anno, secondo me) e Mushy (Faded Heart).
Italia
Ho citato solo la Donà, ma trovo che Valentina Lupi (Atto terzo) possa arrivare alla sua altezza. Mi hanno colpito favorevolmente i Verdena (WOW), sono rimasti nelle mie grazie i Subsonica (Eden), continuo a reggere poco l’ascolto di Caparezza (Il sogno eretico) del quale, però, apprezzo i testi. Molto interessante la virata folk di Patrizia Laquidara e Hotel Rif (Il canto dell'Anguana).
Mancanze
Molte, considerando anche che ognuno segue i propri percorsi per cui ci si perde sempre tanta roba. Di grosso non ho ancora ascoltato Tom Waits (Bad As Me) e non ho ancora avuto il coraggio di ascoltare Peter Gabriel (New Blood, studio e live) il cui precedente album mi aveva deluso parecchio. Ah! E sono in attesa che Amazon mi spedisca Mylo Xyloto dei Coldplay (un ascolto che temo un po') e di Ceremonials di Florence + The Machine (questo, invece, promette bene).
... dato che li trovo particolarmente vuoti di significato in questo periodo.
Però un pensiero di fine d'anno lo voglio lasciare lo stesso: una compilation che si è praticamente creata da sola negli ultimi giorni e che voglio dedicare a Patrizia che ci ha ospitato e mettere a portata di orecchio di chiunque gradisca.
Io non credo in dio. Tuttavia credo che la natura e le condizioni genomiche abbiano creato persone che vanno al di là dell'umana comprensione. O meglio, che vanno al di là della nostra consapevolezza. Una di queste persone è sicuramente Bob. Bob è qualcuno da recuperare. E' qualcuno di cui ci siamo dimenticati o che ci dimentichiamo troppo spesso. Assorti come siamo dalla quotidiana routine. Allora, se mi voglio riconciliare con me stesso, ritorno da Bob. O meglio, ritorno alla sua essenza, alla sua bellezza. Ritorno alla sua voce, a quello che scriveva e all'idea che ci lasciava. Ritorno alla purezza del gesto. Alla semplicità del tocco. Ecco. Questo è Bob. E questo è quello che voglio che esista per sempre. E che ognuno di noi possa vibrare trasportato dall sua personalità e dalla sua essenza.
E poi...
E non dimentichiamoci di questo... uno dei miei pezzi preferit in assoluto. Ancora mi fa urlare in macchina mentre guido. Libertà fittizia o senso di appartenenza? Per me è appartenenza totale...
Anche se questa è la versione più bella che esista...
Smontiamo subito la definizione di musica commerciale.
La musica, quella che trovate disponibile alla vendita qualsiasi sia il supporto o il formato, è musica commerciale. La musica non commerciale è quella autoprodotta e distribuita liberamente nel 99% dei casi per farsi conoscere e poter trasformare lo stesso prodotto in musica commerciale.
When I was younger so much younger than today c'era questa distinzione fasulla tra musica commerciale cattiva (ad esempio la disco) e musica buona "da ascoltare" (ad esempio il prog), distinzione che oggi pare comunque essere fortunatamente svanita e, per questo, penso si debba ringraziare la new-wave per avere raccolto nella sua vaga definizione praticamente di tutto.
Quello che non è sparito, purtroppo, è il vizio di commercializzare qualsiasi scaracchio musicale, fenomeno che ha le sue radici nel passaggio di formato da vinile a ottico.
Ricordate le varie siglette AAD, ADD, DDD per indicare registrazione, processo e prodotto analogico/digitale? Quanti album, usciti originariamente in vinile furono riproposti con un nuovo remix per cercare una migliore qualità? In qualche caso addirittura si aggiunsero strumenti e voci ottenendo quasi un prodotto nuovo (ad esempio "Tales of Mystery and Imagination - Edgar Allan Poe" degli Alan Parsons Project a cui si aggiunsero nuovi inserti di chitarra di Ian Bainson e la voce narrante di Orson Welles) provocando scompensi mentali a quanti poveri pirla avevano nella loro memoria il suono originale.
Poi venne di peggio: i greatest hits con le tracce inedite, i greatest hits con le tracce postume (solitamente scarti che, forse, erano stati scartati per qualche motivo ben preciso), le riedizioni con le bonus track, le riedizioni con le bonus track e il bonus disc remixato e, infine, si arriva al delirio delle edizioni attuali.
L'ultimo album di Bjork, "Biophilia", è un caso particolare in quanto nasce come progetto multimediale per iPhone, un grappolo di app su cui l'ascoltatore può intervenire per manipolare la musica. Idea molto interessante pur se limitata a quanti hanno un iPhone. E gli altri?
Gli altri, come me, si prendono il cd (sì, io ancora compro i cd fisici) e qua viene il bello. Il cd lo trovi, secondo il mercato a cui ti rivolgi, come "modello base" (10 tracce) o con la bonus track o con quattro bonus track e un secondo cd live e probabilmente altre versioni ancora.
Inciso: l'ultimo di Bjork mi ha riconciliato con lei dopo le esperienze di "Medulla", "Drawing Restraint 9" e "Volta" e nonostante abbia preso il "modello base".
Per quanto riguarda il versante delle riedizioni, ora tocca alle discografie integrali: ai remix e alle bonus track si aggiungono completi repackaging con gadgets vari. Monumenti, più che prodotti musicali, che hanno il pregio di vendere ma, forse, il difetto di allontanare il consumatore dal momento più intimo dell'ascolto, quello che avviene ad occhi chiusi e mente aperta, quello che non necessita di alcun effetto speciale, bonus track, remix, gadget e repackaging.
Temo di essere all'antica ma, per me, di "The Dark Side Of The Moon" ce n'è solo uno e suona come suonava il vinile consumato che comprai nel lontano 1973. Ogni tentativo di renderlo migliore non funziona neanche impacchettandolo in un prisma (non ci hanno ancora pensato?).
Conclusioni? Nessuna, si tratta solo di considerazioni personali e, personalmente, penso che d'ora in poi mi limiterò ad acquistare solo i "modelli base" degli album scartando le versioni puramente "commerciali" del prodotto per non perdere il contatto con il contenuto, la musica.
E' delle ultime ore la notizia che la SIAE sia andata a batter cassa presso i siti web che si occupano (anche) di cinema per riscuotere quanto ritiene che a lei spetti per la pubblicazione dei trailer dei film e booktrailer in quanto conterrebbero una colonna sonora protetta da diritto di autore.
A fronte di richieste di spiegazioni, una risposta viene fornita da Stefania Ercolani, direttore dell'Ufficio Multimedialità della SIAE nel seguente articolo di Punto Informatico: "Trailer, le risposte della SIAE".
Interessante leggere la risposta alla domanda "Oltre ai trailer a quali contenuti si estende?".
Riporto pari pari: "La licenza Video on Demand riguarda tutti i contenuti video che contengono musica. Per i trailer, come soprattutto per i film interi, naturalmente il sito deve essere autorizzato dai produttori cinematografici o audiovisivi singolarmente considerati e quindi ottenere la licenza della SIAE che copre l'intero repertorio musicale. Per i film e la fiction deve essere inoltre corrisposto l'equo compenso dovuto agli autori dell'opera audiovisiva, regista, sceneggiatore, autore del soggetto e nel caso di film stranieri all'autore dell'adattamento".
Il primo periodo mi pare esplicativo: tutto ciò che contiene musica (e che supera una manciata di secondi) può essere oggetto di richiesta (retroattiva) di quattrini da parte di SIAE. Quindi, a maggior ragione, anche i video musicali o i video amatoriali in cui, ad esempio, si canta tutti insieme "La canzone del sole" (e spero che il solo citarne il titolo non ci comporti un esborso).
Non è ancora chiaro se questa imposizione vada ad affliggere unicamente le testate registrate o qualsiasi sito -anche amatoriale e privo di inserzioni pubblicitarie- o, eccoci a noi, qualsiasi blog.
E' notizia dell'ultima ora che YouTube garantisca che il materiale che mette a disposizione, anche embedded in un sito terzo, abbia già soddisfatto gli impegni con SIAE e sia pubblicabile senza nulla dovere. Versione di cui si attende una conferma dalla controparte.
E se il materiale sta su un qualsiasi altro sito?
Nell'attesa che si faccia chiarezza in questa tipica vicenda di latrocinio tutto italiano, vi proponiamo un esempio di video che riteniamo di poter pubblicare senza che nulla ci sia richiesto.
"Wallflower" è sempre stata una delle mie canzoni preferite di Peter Gabriel. Sia perl'intensità del testo che per la splendida costruzione della frase armonica. All'interno di PG IV sembrava non c'entrare nulla. Il resto del disco era basato sulle percussioni esull'uso di un'elettronica primordiale ma incisiva. Poi come ultimo pezzo arrivava "Wallflower".. Lirico, acustico. Sembrava rimandare ad un Gabriel futuro che abbiamo, in effetti, risentito in Up.
Oggi ho ascoltato per la prima volta "New Blood" e devo dire che sono rimasto stranito. Al primo ascolto sembra quasi non avesse senso rifare le canzoni arrangiandole con orchestra. Pezzi come "Intruder" - "The rithm of the heat" ecc ecc, pare non riescano a stare in piedi. Insomma, il solito esperimento di chi non ha idee e si rifugia nelle proprie cover riarrangiandole... lo abbiamo visto fare milioni di volte.
Poi è arrivata "Wallfllower".
In questo video solo piano e voce... Ne esiste un'altro anche con orchestra ma sisente male e non si coglie l'emozione.
Dicevo che poi è arrivata "Wallflower" e, così come PG IV, è cambiato l'ascolto. Ho riascoltato il disco 5 o 6 volte. Di seguito. E ho la presunzione di aver capito cosa intende il nostro per "New Blood". Non sono autocover. Non sono rifacimenti. E' il tentativo di estrapolare l'anima della propria musica arrivando all'essenza. Come? La scelta orchestrale è, a mio avviso, un po' ruffiana. Sappiamo tutti come il suono di violini, viole, contrabbassi, corni ecc possano creare emozione e pathos. Quindi, secondo me, Pg ha reinterpretato vocalmente e, probabilmente, riscoperto la propria musica. Quello che aveva creato. Si spiega così anche il motivo della scelta dei brani: "San Jacinto", "Downside up", "Intruder", "Digging in the dirt", "Don't give up" (minimalissima).
A voi i commenti, se volete. Di sicuro in questi giorni lo riascolterò fino ad arrivare ad una sintesi migliore. Per ora lascio aperta la discussione.
There are places I'll remember all my life though some have changed.
Some forever not for better some have gone and some remain.
Cortenova in Valsassina: ci ho fatto ogni estate dagli zero ai ventiquattro anni ed è uno dei luoghi che tengo nelle memorie della mia infanzia e adolescenza.
Già da almeno un paio d'anni io e Luca (lo scompensato Bretella, per intenderci) progettavamo di tornarci per un tour della memoria. Io mancavo da dieci anni, Luca almeno da quindici e io e lui insieme forse da vent'anni.
Per arrivarci, entrambi, senza nemmeno accordarci, abbiamo fatto la strada del laghetto delle trote di Cortabbio. Ci siamo accostati da una strada che usciva diretta dai ricordi ed arriva in piazza a Prato S.Pietro, passando dall'inevitabile strettoia tra i muri in pietra delle vecchie case.
Proseguendo verso la piazza centrale di Cortenova si passa davanti al cimitero e si trova una nuova (almeno per me) rotonda. Ancora un poco e si è in piazza, dove soggiornavano d'estate gli altri zii. E' ancora tutto lì: la chiesa, il comune, l'oratorio, l'albergo Gnocchi (dove poi abbiamo pranzato) e anche il monumento a Stoppani. Tutto come ricordavamo.
Ma, nel frattempo, qualcosa era successo: dall'altra parte della valle, proprio di fronte, due frane hanno cambiato il paesaggio. Ne eravamo al corrente ma vederlo di persona fa tutto un altro effetto.
Uno stop dove stava Luca, un altro dove stavo io, un rapido giro del paese e un altro stop per un bianchino dal Tabaccaio (dove abbiamo trovato ancora i due coniugi che, a nostra memoria, l'hanno sempre gestito) ci hanno mostrato che tutto stava ancora lì, quasi immutato, a parte la fontana con la testa di leone spostata su un piccolo nuovo spiazzo sulla curva che scende verso la strada per Parlasco.
Ci stavamo godendo questo effetto-ritorno che ci aspettavamo ma del quale non eravamo sicuri che avremmo potuto beneficiare.
All these places have their moments with lovers and friends I still can recall.
Some are dead and some are living, in my life I've loved them all.
A Cortenova ci abita Marika, un'amica d'infanzia, e per "amica d'infanzia" intendo che la conosco da quando io avevo un anno e lei zero (vabbè, diciamo fin dal momento in cui da esseri minuscoli abbiamo cominciato a interagire col mondo esterno).
Ci sentiamo ogni tanto (lei dice solo per darmi brutte notizie, tipo quella della frana) e finché sono andato lassù anche solo per delle toccate e fughe veloci, siamo sempre riusciti almeno a bere un caffé e fumare una sigaretta insieme.
Questa volta le sono piombato in casa con moglie, figlio e cugino (i primi due non li vedeva da 10 anni, l'ultimo da almeno 100) e, dopo pranzo, ci ha accompagnato per il giro "ragionato" del paese.
Abbiamo incrociato il sentiero della Quarantina, una sorgente, quello che portava nei boschi e che ora è tagliato dalla "tangenziale" dove si affacciano un sacco di nuove case e siamo ridiscesi in paese dal vicoletto che porta alla Colonia e alla "funtana di Vacc", tappa immancabile per una sorsata d'acqua (ai tempi era il brindisi della buonanotte quando si scioglieva la compagnia).
Siamo poi risaliti lungo la tangenziale fino al cimitero, altra tappa obbligatoria perché stanno lì alcuni amici d'infanzia tra cui i due fratelli di Marika e Giovanni, indimenticato compagno estivo che riuscì a "scappare" dal paese per andare a fare il ricercatore in America (l'America era sempre stata la sua meta fin da quando ascoltava la Nitty Gritty Dirt Band).
Usciti da lì e ripreso fiato dalle memorie pesanti, ci siamo avviati alla Roccolina, la colonia estiva dove facevano la festa degli alpini e dove, quando non c'era la festa e muniti di mangianastri, andavamo a ballare di notte. Poi ci siamo inerpicati sul prato della colonia dove andavamo a vedere le stelle cadenti e siamo arrivati fino al sentiero che porta nella valle dei Mulini (dove andavamo a cercare i fossili).
Tornati in paese, con la macchina ci siamo spostati dall'altra parte della valle dove sorge la spettrale villa De Vecchi, edificio liberty in rovina, miracolosamente risparmiato dalle due frane che sono scese ai lati. Ora ha un'atmosfera tipo casa degli Usher (si vocifera di fantasmi e sette esoteriche) e non abbiamo resistito alla tentazione di entrarci dentro (non c'è però praticamente nulla da vedere).
Infine ultimo caffè e ultime chiacchiere prima di salutare Marika e tornare verso casa ma abbiamo deciso che non faremo passare ancora così tanto tempo prima di ritornare là perché abbiamo ancora qualche vecchio posto da rivedere: il castagneto, la pineta, Tartavallino e Tartavalle e tanti altri posti intorno (Muggio, Pian delle Betulle, Cainallo).
Avril Lavigne ha pubblicato quest'anno il suo ultimo album "Goodbye Lullaby", un album decisamente lavignesco che si è rivelato piuttosto piacevole per viaggiare da Cagliari a Villasimius e/o viceversa e per girellare alla ricerca di spiagge sarde.
Tra i pezzi dell'album, sorpresa!, ecco quello che si intitola come il post:
Mi raffiguro il vostro disappunto per questa cosa che vi sto propinando (Damn! Damn! Damn!) però, se siete riusciti a sopravvivere al lacrimevole video (ma lei è carina e, secondo me, ha pure una voce decente), vi meritate questo come ricompensa:
Arrivato in fondo alla pregevole cover, sento comunque che nemmeno Radiohead & Sparklehorse sono riusciti a placare la vostra irresistibile sete di versione originale:
Ok, lo ammetto, pure io mi sono ritrovato a risentirmi questo almeno un paio di volte mentre stavo scrivendo questo post scompensato. ;)
Il 6 luglio l'AgCom voterà una delibera con cui si arrogherà il potere di oscurare siti internet stranieri e di rimuovere contenuti da quelli italiani, in modo arbitrario e senza il vaglio del giudice.
Siccome, con ogni evidenza, si tratta di una misura degna dei peggiori regimi, sarebbe il caso di rimboccarsi le maniche per evitare che venga approvata.
Cosa puoi fare
se sei un blogger scrivi un post, usando il logo che vedi qua sopra e riportando tutti i link, e diffondilo più che puoi tra quelli che conosci;
vai alla pagina di Agorà Digitale in cui sono raccolti tutti i link, le iniziative e le proposte dei cittadini;
partecipa e invita tutti i tuoi amici a "La notte della rete": il 5 luglio, 4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti.
E' ora di darsi da fare altrimenti tra poco rischiamo di essere cancellati.
Si ringrazia Metilparaben per essere stato preso a modello per questo post. :)
A tredici anni non avevo ancora acquisito, musicalmente parlando, le mie idiosincrasie adolescenziali: insomma non ero ancora un accanito di rock inglese e ascoltavo quello che passavano le radio.
La fissa della fantascienza, però, era già cominciata e per quel motivo un brano mi piacque in modo particolare: mi riferisco a "Help me" dei Dik Dik.
Ora, i Dik Dik erano più che altro noti per "L'isola di Wight" e "Senza luce", tanto per fare due titoli a caso, rivisitazioni italiane di due pezzi stranieri ("Wight is Wight" di Michel Delpech il primo brano e "A Whiter Shade of Pale" dei Procol Harum il secondo).
In pratica erano dei coverizzatori ma il brano "spaziale" era originale, scritto appositamente per loro da Shel Shapiro e Andrea Lo Vecchio.
I Dik Dik vennero bruscamente ridimensionati quando poi cominciai a conoscere il rock britannico e quasi mi incazzai quando ascoltai la prima volta "Space Oddity" di David Bowie, qua nel filmato del '69 tratto dal film "Love You Till Tuesday".
Di fatto i Dik Dik avevano fatto praticamente una cover "implicita", tanto per non smentirsi.
Ora, non per farmi riprendere la mano dalle mie idiosincrasie giovanili, però mi pare che la differenza qualitativa tra i due brani sia indiscutibile e, inoltre, mentre il brano italiano indugia tipicamente sul sentimento ("Non hai mai conosciuto tuo padre, era un uomo importante, tesoro. E' quell'uomo vestito d'argento, è la voce che senti ogni tanto"), il brano di Bowie punta dritto al sense of wonder proprio della vecchia fantascienza ("Here am I floating round my tin can, far above the Moon. Planet Earth is blue and there's nothing I can do").
Bowie batte Dik Dik uno a zero.
Il mese scorso ho avuto occasione di assistere a un concerto dei Dik Dik a Desio: naturalmente hanno riproposto tutto il loro repertorio classico e noi, vecchi rimbecilliti, lì a canticchiare tutto quanto insieme a loro.
Non hanno però fatto "Help me" e, devo confessarlo, questa cosa mi ha fatto rimanere un po' male perché, nella mia testa scompensata, pensare ai Dik Dik significa soprattutto pensare a quel pezzo.
Peccato.
E mi sa che, col crescere dell'età, sto pure diventando sentimentale.
1976. Un amico tira fuori un vinile: mummia grigia in un riquadro in bianco e nero su sfondo bianco. In alto la scritta "The Alan Parsons Project", in basso "Tales of Mistery and Imagination - Edgar Allan Poe" (nell'immagine una versione un po' ingiallita dal tempo).
Per un quindicenne appassionato di letteratura fantastica e Pink Floyd l'abbinata è micidiale: "Quell'Alan Parsons?" (e quanti altri ne conoscevo di nome Alan Parsons?). "Proprio lui. E l'album sta a metà tra Pink Floyd e Beatles". E lo ascoltammo tutto d'un fiato in religioso silenzio.
Nel modo di intendere di allora "Beatles" stava ad indicare in modo generico la forma canzone ma i Pink Floyd si sentivano proprio. Beh, per forza, era QUELL'Alan Parsons, quello della colazione psichedelica, il "quinto Flyod"!.
In realtà quell'album è molto di più: un concept album fatto di rock, orchestra e segnali elettronici. Un vero e proprio album progressive, quindi, che usciva giusto nel momento in cui il prog stava decisamente declinando e dietro l'angolo stavano per arrivare il punk e la new wave.
L'ho riascoltato in questi giorni e l'album continua a mantenere la sua presa su di me, perfino nell'edizione riveduta e corretta del 1987 con le letture dei passi di Poe da parte di Orson Wells e gli assoli elettrici aggiunti da Ian Bairnson (ma, confesso, che la versione originale mi è rimasta dentro).
Ci ho ritrovato, quasi freschi come al primo ascolto, gli arrangiamenti orchestrali di Andrew Powell, i testi di Eric Woolfson che rendono degnamente i racconti di Poe (quasi quanto la versione a fumetti di Zio Tibia che mi aveva terrorizzato qualche anno prima e che, anni dopo, ho riletto mettendo come sottofondo musicale proprio quest'album), la maestria di Alan Parsons a rendere omogeneo il tutto e la voce di John Miles, quello di "Music" (Music was my first love and it will be my last: music of the future and music of the past", praticamente un manifesto per noi giovani nel 1976 - e forse ancora ora-).
Preso dalla voglia di pubblicare un paio di pezzi su facebook, vado a scoprire su YouTube il canale di vzqk50 dove David ha creato dei video per ogni pezzo dell'album.
E merita davvero tanto gustarseli tutti (grazie, David!) che ho pensato di proporveli nell'ordine corretto:
Ah! Il Project di Parsons/Powell/Woolfson è poi proseguito per altri 9 album (fino al 1987), mantenendo quasi sempre la forma concept propria del prog ma diretto di fatto verso un rock/pop molto curato e molto piacevole, tra alti e bassi come capita a tutti, ma mai più a questo livello.